Partire è già un arrivo

Arrivare a Lisbona, non può essere definita come una scelta conscia, non da parte mia almeno. Ci arrivai scelta da Lei. Era una giornata di sole e pioggia a Dublino, infreddolita, stavo cercando di esser presentabile per l’ennesimo colloquio, in un anonimo Mall, perso nella periferia della città. Ero stanca di quel cielo immenso, che tanto amava nascondersi tra le nuvole, stanca della pioggia che rendeva i miei capelli terribilmente crespi, ma soprattutto non ero fatta per quella realtà così volutamente consumistica, preda di shopping compulsivi, voluttuose cena in ristoranti dalla dubbia cucina, ma dal design sfavillante. Era la vigilia di San Patrizio, e l’odore di alcool e vomito, aleggiava tra le strade affollate di Dublino.

Le note della mia suoneria mi distrassero, dalla morsa allo stomaco che mi accompagnava da ormai 32 anni. Un numero con prefisso 351, mi stava contattando, ed io risposi. Era Lisbona.

“Vuoi lavorare per una grande compagnia di ospitalità? ti paghiamo il biglietto, i primi 3 mesi di affitto (ma solo fino a 200€) e lavorerai in un ambiente internazionale. Qui c’è sempre il sole, è il paese più luminoso d’Europa.”

Io, non stavo nemmeno ascoltando, 2 anni prima avevo deciso di non mettere più piede in un ufficio, ma alla frase: ” C’è sempre il sole”- il mio cervello rispose da solo, come ad un bisogno primario; “Si, quando”?- “Dopodomani”- Perfetto.

Non ho pensato a nulla, se non che finalmente dopo 6 mesi potevo abbandonare il loculo in cui vivevo, una stanza talmente piccola, da non poter nemmeno camminare intorno al letto.

Non mi sono chiesta come mai il recruiting di questa importantissima azienda facesse una selezione tanto sommaria, chiaro sintomo di schiavismo, ma a questo ci arrivai solo dopo.

Non ero mai stata a Lisbona, nemmeno in Portogallo, avevo girato tanto, mi ero spinta ai suoi confini, ma non li avevo mai valicati. Non mi aveva mai invitata, se non ora.

Mi presentai al colloquio in preda ad uno stato catatonico; biascicai che non ero più interessata, ma grazie. Ripresi la Dart, guardando il paesaggio intorno a me per l’ultima volta.

Entrando in casa, accolta dal solito tanfo di muffa, cavoli e smog, mi venne una stretta al cuore. Avrei dovuto traslocare, di nuovo, avrei dovuto avvisare i coinquilini, il padrone di casa e chi altro?

Stavo fuggendo di nuovo dalla mia solita insoddisfazione? Mi avrebbe seguita anche in Portogallo, sotto il sole ed il profumo di oceano?

Feci tutto di corsa e decisi di dormire all’aeroporto, non chiedetemi il perché. Ero sola, come al solito. Odio partire, odio dire addio alla gente, ma ne sono pure schiava.

Presi svariati caffè, fumai sigarette su sigarette fino a farmi venire il mal di testa, comprai una valigia enorme e partii.

La nebbia

Avevo ancora i segni di un sonno che non riposa. Crepe sulla pelle, la pelle traslucida per l’aria condizionata, perfetta per una pubblicità di una crema antirughe. Mi aspettavo il sole, certo. Lo pretendevo. Ero a metà tra il bisogno ed il capriccio.

Nebbia.

Mi avvolgeva, non mi permise nemmeno di lasciarmi andare al mio solito isterismo; niente, se questo era il benvenuto, allora gli dei mi stavano suggerendo che non sarebbe stata la meta giusta? Non sarei dovuta partire?

Avrei tanto voluto prendere a calci l’immensa valigia che mi trascinavo dietro, avevo tantissime cose per le quali imprecare, vi farò un piccolo elenco:

la valigia enorme, pesantissima, costo 150€ per Ryanair- overweight

la nebbia

la pioggerellina

la metro senza scale mobili e i 2 cambi che avrei dovuto fare

Il fatto che mi fossi dimenticata di trascrivere l’indirizzo dell’ostello, unito al non poter usufruire di internet tantomeno del telefono scarico.

Tra me e Lisbona, non era iniziata bene. Sembrava una di quelle relazioni che iniziano male, senza troppi sforzi da entrambe le parti, ma molti rancori, per trascorsi passati, che vogliamo ripetere nel presente; e così mi accolse un clima dublinese, in una disorganizzazione tipicamente italiana, tra gente infastidita tanto quanto potrebbe essere un genovese davanti ad un turista, con una lingua che sembrava avvicinarsi terribilmente al russo.

Una sintesi del mio passato.

Una signora brasiliana, mi aiutò a trovare l’ostello. in cima ad una salita ripidissima, di sanpietrini bianchi, lucidi e scivolosi.

Sudata fradicia, mi appoggiai al bancone della reception, aspettandomi un’illuminazione.

Stanza 2, letto 12…ebbene si, l’illuminazione, mi venne nel realizzare che avrei diviso la mia stanza con altre 12 persone, o meglio, personaggi onirici e bizzarri, folletti degni di Brueghel, 12 di paesi differenti, uniti tutti da un’unica religione, chiamata Party.

Salite, scalinate e samba

Il mio ostello aveva un giardino, racchiuso tra muri bianchi con tre alberi di limone, una magnolia immensa e muretti di azulejos.

Era un posto incantanto; mi faceva stare bene scendere in cucina ed affacciarmi in questo luogo di ritiro. Era popolato la notte. Di giorno, gli altri ospiti o erano a lavorare o stavano smaltendo le droghe e l’alcohol tra lenzuola sudate, in letti a castello che tanto assomigliavano a loculi.

Il mio vicino di sotto era un tedesco, che viveva nella sua cuccia, vestito di un accappatoio consunto, sdraiato mollemente, con il suo portatile sempre appoggiato sulla pancia. Grugniva ogni volta che mi vedeva arrampicare tra le sue cose, cercando di arrivare al mio posto. Durante il giorno non era per nulla amichevole, ma di notte, se lo incontravi sbronzo in giardino, improvvisava con te balli e volteggi, facendo sventolare i lembi dell’accappatoio giallo.

Mi disse che era innamorato di un ragazzo francese, che non era in camera con noi; l’avrei sicuramente riconosciuto, in quanto si trascinava per i corridoi con il suo accappatoio di Krusty il Clown.

In effetti quando lo vidi, colorato e con il cappuccio calato sulla fronte, non potei fare a meno di sorridere. Aveva una carnagione pallidissima, e gli occhi sempre inniettati di sangue, da cannabinoide incallito. Si muoveva per l’ostello senza far rumore, ogni tanto di notte lo trovavo ai piedi del letto, col cappuccio calato e gli occhi illuminati dallo schermo del tedesco. Era un folletto, non era un essere umano.

Insieme a noi nella stanza c’era una mia futura collega, arrivata dalla Sicilia, prorompente, verace, mi raccontò tutto di Taormina, dei suoi viaggi e della sua vita sessuale, come se mi stesse dipingendo un autoritratto, dai tratti vividi, con colori vivaci, ed un puntinismo, a voler sottolineare la sua singolare personalità.

Mi sentivo a tratti felice; amo incontrare persone comunicative, ed ero assolutamente curiosa di scoprire quali personalità potesse attrarre Lisbona.

Insieme a noi, posso enumerarvi alcuni degli altri inquilini di quel regno fatto di disordine e letti a castello, due ragazzi parlanti francese, una bielorussa, e altre forme, che in 10 giorni mai riuscì a vedere se non avvolte in lenzuoli bianchi.

La siciliana, decise di farmi da guida turistica.

Posai la valigia, presi un caffè veloce ed iniziammo ad inerpicarci per tutte le salite di Alfama. Ogni gradino, ora, lo associo ad una storia raccontatami da Clelia; ragion per cui per me Lisbona è legata ai colori della Sicilia.

Scoprimmo di essere entrambe laureate in Lingue, entrambe eravamo state in Russia, entrambe amavamo cucinare, e ballare il reggaetton. Questi sono i punti, gli unici, insieme al lavoro che avrebbero potuto accomunarci, questi sono i punti di contatto grazie ai quali è diventata il mio punto di riferimento in questa città, pur essendo di indole agli antipodi rispetto a me.

Tutto ciò che ho fatto nel primo anno qui in Portogallo, è stato condiviso e discusso ed analizzato con lei. Tutto ciò che ho visto per la prima volta l’ho visto con lei. Il mio lavoro ad oggi probabilmente non sarebbe lo stesso se non avessimo iniziato insieme.

Siamo state un pungolo l’una per l’altra, un esempio, un appoggio e un motivo per migliorarci quotidianamente.

Quello che non è riuscita ad insegnarmi ancora però è: l’essere più socievole e accomodante e risparmiare.

Lo capii da subito, da quei mille scalini bianchi fatti insieme, mentre mi spiegava in maniera dettagliata la storia di Lisbona, sotto un cielo velato ed un umido che mi faceva mancare il respiro.

Era accattivante il modo in cui riusciva a raccontarmi le storie dei monumenti, collegandole a fatti a lei accaduti qualche mese prima, quando era venuta per un mese in Portogallo a lavorare in un ostello.

La sua personalità dinamica e curiosa, il suo forte accento siciliano, costellato da parole in dialetto rendevano il pomeriggio interessante e divertente ed io mi sentivo dentro un libro di Sciascia, ambientato in terra Lusitana.

Finimmo alla Lidl, a fare la spesa, e iniziammo a cucinare in quella cucina enorme, che tanto mi piaceva, dove il profumo di limone entrava dalla porta finestra, e dove incontrare un Belga che faceva i taglierini con l’origano era all’ora del giorno. Napoli entrò nelle nostre vite proprio in quella cucina, attirato dalle verdure ripiene che stavo cuocendo in forno.

Era appena arrivato, con la sua faccia da furetto e quell’aria tra lo scanzonato e l’analista che tanto mi facevano ridere.

Vuoi mangiare con noi? TI.

E da qui iniziò il mio gemellaggio con Napoli, che richiama così fortemente quello calcistico, e dico questa frase solo perchè il mio coinquilino Napoli, mi ha intrattenuto per intere giornate facendomi piacere uno sport che solitamente non amo.

Le salite e le scalinate lui con noi non le ha quasi mai fatte: “ja, lo vuò chiammà un Ubèr, che sfacimma ste salite”.

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Non dire scimità

Napoli, detto Bulle mi ha insegnato tante cose in questi 2 anni vissuti insieme, soprattutto la leggerezza dell’essere.

Il vivere col sorriso stampato in faccia, ridere di pancia; la sua risata esplode e rieccheggia, rimane sul suo volto anche quando non parla, anche solo guardandolo camminare col suo modo baldanzoso.

“Waaa, sceglila tu la casa, mi fido di te.” Manco la volle vedere; gli dissi costa 300€, è vicina a lavoro 5 minuti a piedi, grande col terrazzo, luminosa…ma è vecchia.

“Waaa è vecchia, e perchè me lo dici?- ma chissene fooottt!”

“Sto cuntent”.

Ci trasferimmo, e come tutte le cose che accadono con lui sembrò un gioco, leggero, divertente, come il tenere le bollette chiuse fino allo stremo.

In quella casa così grande e portoghese, decise di portarci Napoli, ma soprattutto IL NAPOLI.

La sua camera addobbata di azzurro cielo, i canti del Napoli tradotti pure in portoghese, che gli sento cantare in giro per casa, quando prepara “o cafè”.

Il caffè, che è diventato buono se lo fa lui.

Bulle è il coinquilino che tutti vorrebbero, col quale parlare di tutto se hai voglia, col quale misurarti inventando quiz sul calcio o sulle nazioni.

Mi ritrovavo a chiedergli, vieni al mare: “Eh, mo vediamo”, e magari si presentava alle 4 del pomeriggio, vestito di tutto punto con jeans e felpa, e con la sua risata ti diceva: “M’o vuliv ricere che m’avev mett’o costum?”

Dopo due anni in casa con lui ho il C1 in Napoletano.

Passai le prime due settimane a fargli ripetere ogni parola, e lui pazientemente ripeteva, mi spiegava, indagavamo l’etimologia, la fonetica: “Bu, ma se dici pappavallo, puoi dire vallo al posto di gallo”?

“Ahahahaha”.

Iniziammo ad esplorare il Portogallo, io lui e la Sicilia. Io e Bu in comune abbiamo il non riuscire ad organizzarci per il giorno dopo, mentre Clelia potrebbe pianificare comodamente la sua vita da qui a 10 anni.

Algarve, la prima meta, il mare, il sud il caldo ed i paesaggi selvaggi. Sveglia puntata alle 6,30, appuntamento con Sicilia e Sardegna all’aeroporto alle 10.”

Io mi sveglio sempre prima, per non farmi rallentare da Bu.

Mi sveglio, entro in cucina pensando tanto aspetto Bulle per il caffè. C’era poco da aspettare, la cucina era una fontana, il rubinetto aperto, il lavandino che strabordava acqua, intasato.

Madonna che disastro. Deciso di non svegliarlo nemmeno, tanto tra poco si alza penso.

Inizio ad asciugare acqua, in preda a pensieri nevrotici.

Bulle appare sulla soglia, assonnato, mi dice: “ma che stai facenn?

E io: “Si è allagata la cucina.”- come se non fosse abbastanza lampante.

“Waaa, che sfaccimm…facimm o caffè”?

“Ma arriveremo in ritardo all’appuntamento!”

“Waaa, e che fa? Ma chissene fotttt, ci aspettano, stai tranquilla.”

Questo è Bullè.

Bulle l’ho chiamato Bullè, un pò per Gomorra, un pò perchè: “Adda giocà a bullè” il sabato, prima delle partite. L’unico giorno in cui esce prima per andare a lavorare, passando prima dal tabacchino. A volte la bolletta la gioca pure con te, o la si controlla insieme. A seconda di quanto gli porti fortuna, poi, sarai rinvitata o verrai evitata.

Napoli, è abbastanza abitudinario. Si sveglia, prende il caffè, gioca a carte sul telefono e commenta quello che fa, scuotendo la testa, dicendo azz, oh maronn mii.

Quando gioca il Napoli, non gli si può dire nulla. Passeggia senza passare sotto le impalcature, lo senti urlare davanti al PC, scuotendo il pugno, incitando i giocatori.

Un’altro evento importante, al quale assisto in curioso silenzio, è il fantacalcio, il lunedì mattina, lui ed il suo blocchetto degli appunti, pieno di nomi strani come Pepp’izz, e numeri e calciatori.

“O vuo verè?”

Che cosa?

“Che mo arrivo secondo , che sfaccimm, mannagg”

Un fratello, incontrato per caso, ma col quale ti trovi subito in confidenza. Che ti chiama alla mattina per dirti: “Marò, agg perz e chiav, mi apri?”

Che ti aiuta nel test di fine corso all lavoro, e ti incita come se fossi allo stadio.

Che quando invita la prof e sua sorella, ti fa sentire parte della famiglia, con grandi pranzi e cene.

Che ti affida gli amici, che poi diventano anche tuoi amici.

Bullè, non è simile a me, nemmeno un pò, ma non si è mai arrabbiato quando faccio la scortese, non si è mai arrabbiato quando giravo con la maglia della Roma per casa, e nemmeno quando la stessa la prestavo a qualcuno che passava di qua per sbaglio.

Si limitava solo a scuotere la testa, e a dirmi: “Eh, nun sò cos che si fanno, è importante la maglia di Totti, s’adda merità”.

In due anni, abbiamo cambiato 2 coinquilini, e lui ha sempre fatto da paciere tra me e gli altri, chiaramente perchè erano: “Grandi compagni suoi”, vivevano rintanandosi in camera loro, facendo vite di passaggio e frugali, ma cercando di imperare su territori e cose non loro.

In due anni ne ha viste tante, come quella volta che gli presentai uno con cui uscivo, un grande calciatore famoso del Newcastle.

Eravamo in un club, di corsa andai da lui, fierissima: “Buuu, è un calciatore famoso!”

“Wammmn, mo verimm, come si chiama, dove ha giocato?”

Lo invitai a cena.

Sembrava di stare ad un Sarabanda del calcio. Bulle seduto, che chiedeva:

“Ma quale è il tuo stadio preferito, il tuo gol preferito, cosa hai provato ai mondiali?”

Il calciatore rispondeva ad ogni singola domanda con dovizia di particolari, invitandolo a partite, mai avvenute, raccontando di calciatori dai nomi famosi, coi quali si era trovato a cena. A bulle brillavano gli occhi.

Il giorno che scoprimmo, che era stata tutta una messa in scena, il più deluso fu proprio lui.

“Oh maronn mii, famm penzà…me ne sarei dovuto accorgere…che strunz.”

Passammo il primo capodanno con la sua frase: “Ma stiamo pazziando?non o fanno o conto alla rovescia?”

La nostra casa è carnevalesca, in bilico tra noi che cantiamo “Feliz Navidad” o “Assassinaron o cammarao”, con la faccia da emoticon, “E chest è”.

Tempo 1 : L’Aria di BeB

Vista dal campo di lavoro

Solo due anni prima avevo deciso, dopo 7 anni, di licenziami, e distaccarmi finalmente e definitivamente dagli uffici; trovavo squallido dover vendere il mio tempo, a persone che si sarebbero poi comprate la mia vita, lasciandomi solo pochi istanti per pensare, nemmeno vivere, a quello che davvero mi sarebbe piaciuto fare. arrivi ad un punto poi, che sei talmente confusa, da non saperlo nemmeno più quello che ti piace. Non ne hai più il tempo. Devi lavorare, al massimo puoi pensare di volere il weekend. Due giorni nei quali concentrare ogni aspettativa.

Due giorni di emicrania.

Erano passati esattamente 2 anni, e mi ritrovavo a guardare fuori dalla finestra dell’ennesimo ufficio. La peculiarità dei miei luoghi di lavoro è sempre stata la vista. Un carcere con vista. Al di là del vetro potevo vedere quello che avevo rinnegato, la libertà, il fiume ilcielo azzurro, e perdermi nel rimpianto.

L’odore di moquette ed aria condizionata mi davano la nausea, facendomi pensare ad una cella frigorifera, mi creavano l’aurea dell’emicrania, la sicurezza che avrei vissuto col raffreddore cronico, la bronchite cronica, il vociare intorno a me di persone che come me sarebbero diventate nevtrotiche, arrabbiandosi per il nervosismo e le frustrazioni altrui.

Avrei dovuto lavorare per una delle più famose multinazionali di ospitalità. Tutti vorrebbero farne parte, un’idea geniale, nata dall’incredibile idea di rendere imprenditore chiunque possedesse una casa.

Sentivo il mio “trainer” elogiare l’azienda, parlarne come fosse la nuova Atlantide. Il suo accento forzatamente americano, la sua maglietta col logo, lo faceva assomigliare ad un pupazzo pubblicitario. Non era più lui, era l’azienda.

Il suo sarcasmo, misto al suo senso di superiorità mi stavano snervando. Avrei voluto urlargli: “Ma la vuoi finire?- Stiamo parlando di qualcosa di non vero, di una speculazione, stiamo parlando di schiavismo, di call center, dove mi stai pagando una miseria per fare da supporto psicologico a persone nevrotiche.”

Quello che mi uscì dalla bocca fu invece: “Posso scrivere su Linkedin che lavoro per “Aria di BeB?”

-“Certo, ma sarebbe una menzogna, sei un outsourcing”.

Dio, ogni fibra del mio essere lo stava odiando. Stronzo, hai appena finito di dire che l’Aria di BeB promuove tra i suoi dipendenti il senso di appartenenza, l’abbracciare l’avventura, tutti insieme, noi, gli ospiti ed i proprietari di casa, e poi mi dici che io lavoro per un appalto?

Ipocrita.

Queste frasi, le rivolgevo più a me stessa che a lui. Io, che mi ero ripromessa di non entrare mai più in questo cerchio vizioso, in queste piantagioni di computer, cuffiette, microfoni e pause per andare a pisciare.

La stanza era gelida, il mio trainer voleva ci fossero 18 gradi, le ventole dell’aria condizionata ti facevano gelare le tempie, la fronte, forse per lobotomizzarti.

Il lungo tavolo, ospitava 12 persone. Io ero tra la finestra e Bulle. Clelia era seduta vicinpo a lui, poi in ordine casuale gli altri newbies, parte italiani, parte portoghesi. Bulle era sereno, compilava i moduli, copiando me e Clelia.

Davanti a me una ragazza tristissima, vestita minimal, non voleva dar l’impressione di essere italiana. Aveva i capelli talmente lisci, da sembrare lame perpendicolari al tavolo. Era seduta tra due portoghesi: una ribelle, che accendeva la musica durante la lezione e polemizzava su qualsiasi domanda, ed un’altra portoghese, la portinaia, che diceva di esser stata avvelenata la sera prima da sua suocera. Parlava un’inglese dal forte accento British, ma non era mai uscita dai confini del suo paese. Sulla mia fila poi si potevano notare una rumena italiana, bellissima, noiosissima nel suo voler essere la prima della classe senza riuscirci, ed un ragazzo che parlava americano con l’accento romano, sveglio, svelto, un azzeccagarbugli millenial.

Insieme al trainer pupazzo c’era poi un orsetto dell’alto adige, era in affiancamento, avrebbe dovuto imparare come somministrare Training agli outsourcing. Era bravissimo, lui, con il suo accento tedesco, con la sua faccia da birthday girl, con le sue pezze sotto le ascelle su camicie a quadretti. Lui mi è rimasto nel cuore, lui ed il suo modo di insegnare così cortese e per bene, come a voler sottolineare il fatto che si, fossero tutte cazzate, ma alla fine la pagnotta a casa bisogna pur portarla.

La prima settimana di training passo nella lentezza delle giornate lisboete, dove tutto era proiettato verso la birretta post lavoro, durante la quale potevi parlare finalmente di te.

Le canzoni dei rapper americani che facevano marchette parlavano dell’Aria di BeB, come a voler cancellare il fatto che in america gli ospiti di colore incorressero spesso in proprietari razzisti, che cancellavano le loro prenotazioni.

Marchette, sempre e solo marchette, avrei potuto farle pure io, avrei potuto consigliare la piattaforma ai miei amici, e guadare qualche spicciolo, in cambio di pubblicità. Ormai non si è più dipendenti, no si lavora per produrre consumare e sponsorizzare.

Il nostro sponsor, mio di Clelia e della rumena figa era diventato l’Acquario, un ragazzo che passava quotidianamente davanti alla vetrata della nostra aula, la vetrata che divideva le matricole, dagli usurati agenti. L’Acquario sfilava, più volte al giorno, come fosse un pesce pagliaccio. Aveva fame di prede, ed aveva già individuato il suo prossimo spuntino: la rumena figa e noiosa. Le inviava baci, le chiese di uscire, col suo sorriso smagliante e bianchissimo, la sua pelle ambrata.

Solo dopo ci rendemmo conto della serialità dei suoi comportamenti, di quanto fosse ripetitivo ed abitudinario. Chi lavorava lì da un pò c’era già passata, durava un mese, un mese di freddo distacco, un mese di episodi da soap opera da teenager, dove il bello fa la sua parte, con distacco, senza convinzione, per non farti affezionare troppo. Questo personaggio alla fine non sarà nei cuori di nessuno, ma verrà ricordato.

Due settimane passarono, ci divisero, ma io e Clelia fortunatamente rimanemmo insieme, come due fedeli compagne di banco, fummo lanciate nella bolgia del floor.

In una settimana eravamo al primo ed al secondo posto nella classifica di produttività, e già pensavamo di farci cambiare ruolo, fare un altro training diventare Viaggi, per gestire le vere e propie prenotazioni, dove facevi da psicologa ad ospiti che non riuscivano ad entrare in casa, a trovare l’appartamento, che avevano trovato topaie a basso prezzo, ma pretendevano alberghi a 5 stelle, che avevano fatto bonifici a chissàchi di 3000€, per poi non trovare nulla ad attenderli.

“Mi spiace, avrebbe dovuto pagare attraverso la piattaforma, non posso aiutarla in nessun modo. Perchè per una casa ad Amsterdam ha effettuato un bonifico verso l’Ungheria?”

I giorni passavano, io e Clelia sedute sempre vicine, prendevamo il lavoro quasi come un gioco. Inventavamo storie sui colleghi, sui clienti, cercavamo il modo per diventare ricche e giocavamo a carte. Vedevamo gli altri lavorare 8 ore e fare la metà di quello che noi riuscivamo a fare solo in mezza mattinata. Passavamo il resto del tempo a parlare dei flirt di Clelia, a scrivere storie e leggere libri.

Ogni tanto Bulle appariva, con l’aria brigante.

“Waaa, allo? Tutt’appost?”

Il suo modo di girare la testa, guardando il corridoio e mettersi le mani sulla faccia…”Maronn miii” quasi come fosse una disgrazia, e allontanarsi di nuovo, nel corridoio saltellando.

Ci vedevamo ai Montaditos dopo, un fast food nella piazza vicino all’ufficio. Sembrava un moto migratorio perpetuo e necessario, passavi 9 ore in ufficio ed altre 4 a bere e mangiare patatine lì, un ufficio all’aria aperta. Le storie si iniziarono ad incrociare, l’Acquario passava pure di lì, così, tanto per farsi vedere, tanto per controllare non fosse sfuggita nessuna alla sua rete.

La portinaia, si era finalmente lasciata, aveva abbandonato l’ossessione di essere avvelenata dalla suocera e si stava cercando casa, o forse cercava una macchina, forse un uomo con la macchina, tanto per smettere di farsi venire a prendere dall’ex.

Le serate mie e di Clelia finivano immancabilmente al Cohiba, un buco, anzi un corridoio col bancone del bar, la musica latina e gente senza volto.

Ritornavi a casa tardi, per poi svegliarti e riniziare tutto da capo.

Clelia

Io e la mia compagna di banco, come già detto vivevamo in simbiosi. Vivevamo vicine, lavoravamo insieme, facevamo la spesa e mangiavamo insieme e uscivamo la sera negli stessi posti. Ogni tanto Bulle condiva le cene con la sua presenza, facendo domande pungenti e cercando di capire cosa facessimo poi la sera, se avessimo conosciuto qualcuno e se si voleva esser partecipe con dovizia di particolari. Il tutto per poi sghignazzare come al suo solito, dire la sua che di solito era: Chist’è nu strunz, ahe..” e andarsene.

Io Clelia sempre insieme, sempre così differenti.

Lei vedeva “Boni” ovunque, io non vedevo nemmeno la strada in cui stavo passeggiando, sempre con gli occhi all’insù a guardare finestre tetti e rondini.

Io riportavo tutto al passato, tanto che mio padre un giorno mi disse:”Eh ciantila un pò suuu, anche gli alberi in autunno perdono le foglie, ma mica piangono, ne nasceranno altre!”

Come a spiegare a mio padre che sono una pianta sempre verde, ancora me lo devo inventare.

Clelia dal giorno zero si era trovata un maschio. Poi un’altro, poi un altro.

Non riuscivo nemmeno a starle dietro nei racconti, li confondevo, per me erano tutti dei disgraziati, senza cuore, freddi. Iniziammo a dargli soprannomi:

Animale

Paranoico

Giovane Werther

Per lei erano semplicemente maschi.

Passavo le giornate a cercare di farle buttare giù quel muro di distacco cinico che le faceva vivere storie inumane.

Ma lei imperterrita mi rispondeva: “Mbbaaareeee, ma picchè dovrei vivere di seghe mentali come fai tu?”

Uno a zero per lei.

In tre mesi, io non avevo conosciuto nessuno, lei mille persone.

Così pragmatica, così sicura, tanto da abbandonarti e sparire se le cose non giravano come diceva lei, provocandole noia e insofferenze.

Clelia non usciva per uscire, Clelia esce per cacciare, come le leonesse. Io uscivo come i gatti per girare a vuoto. Curiosare e poi tornare indietro.

Al nostro solito club corridoio una sera mi ci lasciò. Lei che aveva già fiutato il maschio per me. Mi abbandonò, così su due piedi, quando manco stavo in piedi, con un panzerotto spagnolo. Diceva che lavoravamo insieme, sapeva il mio nome e cognome. Io lo guardavo in faccia e non riuscivo proprio a collocarlo.

Era divertente, mi parlava dei suoi viaggi, di quello che aveva fatto, mi parlava in inglese, anche se io parlo Spagnolo. Era di casa in quel club, io non l’avevo mai visto.

Clelia mi diceva: “Mbbbaareeee, dai, non rompere i coglioni, togli le ragnatele, dai una spolverata, su che ti sei pure impupata.”

“Clelia, mi viene da vomitare!”

“Ciao mbaareee.”

Sparita.

Vado in bagno barcollando, mi gira la testa, mi viene da vomitare.

Speriamo che il panzerotto se ne vada a casa.

Mi guardo allo specchio e sembro un panda. Un panda in condizioni pietose, pubblicità di chissà quale numero verde, per garantirne la sopravvivenza.

Esco.

Mannaggia, è sempre lì, sorridente, col suo Acqua di Yo.

“Senti, io me ne vado a casa, biascico.”

Mi accompagna, ed io gli faccio fare il giro di Lisbona, per farmi passare la nausea. Lui scherza: “Ma abiti a Porto?”

Ghigno, nella speranza desista.

Niente.

Il mio letto è un materasso gonfiabile da campeggio, che disagio. Come al solito non è ciò che voglio, ciò che mi immagino.

Mette le mani avanti: “I have a girlfriend”.

Ora me lo dice, ma tanto domani non ti saluto nemmeno.

“Mbbaaareee, quindi, che mi cunti”?

Quindi è un coglione, male, male.

E lei: “Non ti seccare, mbaareee, almeno hai dato una spolverata”.

Giornate rotonde

Arrivò così Giugno. Tra giornate al mare e mini vacanze per esplorare i dintorni. Giugno in Portogallo significa Sant’Antonio, con le sue piazze addobbate a festa, i suoi festoni, l’odore di sardina che rimane appiccicato ai capelli.

Per chi non l’ha mai vissuto, penso sia incredibile, un mese intero vissuto all’interno di una sagra di paese, che invade la città.

Andare su e giù per le stradine bianche di Lisbona, rimanendo incastrati l’uno con l’altro, la ginja sempre in mano, la felicità che ti trascina in mazurche e pimpa.

Diciamo che ho già vissuto 2 Sant’Antonio e mezzo. Partendo dal primo, sicuramente il più affollato ed emozionante, dove un ,gruppo di quasi sconosciuti, si aggirava tra i vicoli improvvisando balli, tra la timidezza di chi lo sta facendo tra volti semi conosciuti, alla strafottenza del chissenefrega.

I colori e le pimpe sono stati impagabili. Si merita il primo posto

Il secondo l’ho vissuto come un giro per presepi, con Jenny e Capa Gloriosa, si parlava di argomenti aulici e sotto palle sudate. Non chiedetemi come mai, non saprei nemmeno ritornare su certi argomenti.

Si sono improvvisati balli degni della bocciofila, e flirt da ospizio.

Balli con i palloncini colorati da Luna Park, balli da vorrei ma non posso ma se potessiiiii che farei.

Le strade eran sempre le stesse con protagonisti e comparse differenti.

Panini peperoni e sardine, davano il cambio a churros ripieni di duce de lece.

Un tripudio di risate e colori.

Anche quando il sedicente calciatore, presentandosi al ballo vestito da Don Gallo, fece scoprire la menzogna.

  • Welcome to My New Viaggi Blog

    21 giugno 2019 by

    Se guardi bene, in ogni posto troverai mille riflessi di storie incredibili. This is the first post on my new blog. I’m just getting this new blog going, so stay tuned for more. Subscribe below to get notified when I post new updates. Annunci

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